ASSOCIAZIONE SIGMASOFIA onlusLA MORTE CEREBRALE, L'ESPIANTO E IL CASO ELUANA
di Nello Mangiameli (direttore della Sigmasophy University)
Una delle cause che mi spinge a suggerire al ricercatore un'adeguata e prolungata meditazione sulla donazione degli organi è la visione incompleta e, quindi, la confusione su un punto fondamentale della questione, ossia la certezza che il donatore sia veramente morto (nell'accezione comune). Per poter comprendere che cosa sia lo stato coscienziale punto morte, e non la morte, è necessario capire e vivere il processo di cui è parte integrante ed emanazione: la vita-autopoiesi.
Il corpo umano è un insieme di funzionalità Io-somato-autopoietiche. Il soma si manifesta attraverso organi e apparati che svolgono funzioni interagenti complementari. L'organo sensibile fondamentale è individuabile nel sistema nervoso centrale, di cui l'encefalo, esercitando funzioni di specializzazione del campo coscienziale, e quindi cognitive-sensoriali, è il più importante. Tali processi coinvolgono pienamente il midollo spinale, attraverso cui si manifestano anche i processi della componente cosiddetta vegetativa (respiratoria, cardiocircolatoria).
L'Io-psichè, invece, è un campo localistico e, soprattutto, non localistico. Nella sua componente localistica, si manifesta, attivando aree dell'encefalo, di neuroni da cui si possono creare gli stati coscienziali, le attività mnesiche, sensoriali, quindi c'è una produzione localistica di Io-psichè-. La componente non locale invece è quella di fondamentale importanza che attiva tutti i processi localistici encefalici, del sistema nervoso, degli organi e apparati. Tale campo coscienziale si evidenzia dalla componente autopoietica (energetica) che trova estensioni non localistiche, transfinite. Tale autocoscienza autopoietica è ciò che irrora ed è presente nelle meccaniche sub-quantistiche, quantistiche, atomiche, molecolari, cellulari. Ed è da questi processi che si evidenzia la condizione che denominiamo vita.
La perdita delle funzionalità dell'encefalo e del tronco, di fatto ed inequivocabilmente, non coincide con la cessazione delle funzioni complessive della coscienza, ma soltanto di gran parte di quelle localistiche, sensoriali: se si vuole stabilire una percentuale, si può considerare il 90% delle funzioni, che coinvolgono organi extra-cranici, da cui discendono le manifestazioni delle funzionalità localistiche, il che non coincide affatto, e per nessun motivo, con lo stato coscienziale punto morte, anche nell'accezione comune, trattandosi di un processo che trascende rigorosamente la sola manifestazione localistica.
Il sistema nervoso centrale può funzionare soltanto perché c'è la vitalità-autopoiesi, il campo coscienziale non locale che lo attivano e che gli fanno produrre stati Io-somatici localistici. Una lesione primaria di tale sistema nervoso non elimina la vitalità-autopoiesi complessiva, ma soltanto sue manifestazioni specializzate, localistiche. Potendo misurare soltanto quelle, molti scienziati sono arrivati erroneamente a ritenere che quelle lesioni primarie, quelle distruzioni coincidano con la morte, ovvero con quello che, ad oggi, si è in grado di misurare.
Anche se ci fosse la fine della circolazione sanguigna e della respirazione, si potrebbe riflettere molto sul concetto di morte cardiaca, in quanto, anche quando questa è, per così dire, effettiva, si possono osservare altri aspetti e altre funzionalità, sovrasensibili e non locali, a maggior ragione e più evidenti, le si può osservare se ci si trova di fronte ad una lesione diretta dell'encefalo, da cui può conseguire una degenerazione che può provocarne la morte, cardiaca normalmente intesa (il cuore si ferma, perché il cervello si ferma). Se l'attività cardiaca e la circolazione vengono mantenute artificialmente, accade che gli organi cranici possano restare momentaneamente vitali, anche se, per specifici ed evidenti motivi, la situazione non potrebbe durare a lungo. In questo spazio, si colloca la cosiddetta morte cerebrale, accertata con criteri neurologici, per cui, di fatto, si stabilisce soltanto la remissione delle funzionalità localistiche. Non si tratta affatto di morte complessiva, quanto di dismissione di quelle funzionalità. Restano in azione e perfettamente funzionanti tutti i processi sovrasensibili e non locali dell'Io acquisito, unitamente ai significati-significanti vissuti, riconosciuti mentre era, per così dire, in vita. Il fenomeno del morire è molto più ampio e complesso di quanto lo siano la morte cerebrale o la morte cardiaca. In realtà, né l'una né l'altra danno una spiegazione esaustiva di ciò che effettivamente accade in quei momenti, in quanto con quelle definizioni se ne coglie soltanto una parte, ossia quella che gli attuali strumenti biomedici consentono di accertare. Ma, alcuni vissuti diretti, inerenti la pratica delle Autopoiesi olosgrafiche non locali, ci stanno mostrando inequivocabilmente altre caratteristiche di ciò che non denominiamo morte, ma stato coscienziale punto morte (vedi articolo).
Risulta chiaro che in quei momenti di morte cerebrale, l'Io acquisito si trova in una fase di funzionalità che possiamo definire delicata, ossia si sta riconoscendo nelle sue estensioni non locali in cui integrerà e registrerà il proprio acquisito dal momento del concepimento.
Per realizzare un trapianto, la medicina ha quindi bisogno che l'organo da trapiantare sia biologicamente vivo (intendasi, localmente funzionante) e, pertanto, normalmente irrorato di vitalità-autopoiesi, di campo coscienziale. Quindi, si ammette implicitamente che il corpo a cui si espianta l'organo sia ancora funzionante, anche localmente, altrimenti il trapianto non sarebbe possibile, quindi non si tratta in nessun modo e in nessuna accezione di un prelievo da un cadavere. Si tratta di organi prelevati da soggetti, in cui la funzione encefalica è, forse, totalmente ed irreversibilmente persa, ma la cui attività polmonare è artificialmente presente: il cuore batte, il sangue circola, il corpo ha il suo colore naturale, mantiene il necessario calore, può assolvere ai propri bisogni fisiologici, muove gli arti, il tronco, ecc... Le donne gravide portano avanti la gravidanza.
A cuore e a respiro ancora attivi, si esegue il prelievo e, elemento di fondamentale importanza, la persona può aver fatto qualunque cosa, tranne che perdere coscienza anche se l'effetto di anestetici e di farmaci paralizzanti può coprire tutto. Sono, infatti, ancora in essere tutti i processi coscienziali sovrasensibili, impegnati nelle attività innate e imprescindibili che non possono manifestarsi sul piano localistico cerebrale evidente, riconoscibile e misurabile dagli attuali strumenti biomedici.
La scienza non può in nessun modo diagnosticare, attraverso gli esami clinico-strumentali e con assoluta certezza, la morte di nessuno, nell'accezione sigmasofica.
Se si riesce a mantenere una funzione biologica ottimale dell'organo donabile significa che quell'organo è vivo e così, in specifici modi, l'Io-soma in cui è inserito. Per poter decidere liberamente, non si tratta di acconsentire o meno alla donazione degli organi, quanto di sapere che cosa realmente accada in quelle fasi.
Gli attuali mezzi clinico-strumentali non sono adeguati a misurare pressoché nulla delle dinamiche quantistiche, sub-quantistiche e di quelle coscienziali non locali, luoghi in cui si svolge la prevalenza significativa delle attività coscienziali di quei momenti.
Proviamo ora ad applicare questi faticosi raggiungimenti della Sigmasofia al caso di Eluana Englaro1[1].
Eluana ebbe un gravissimo trauma cranio-cerebrale, in conseguenza di un incidente: si rilevarono due fratture, al cranio e alla colonna cervicale. C'erano raccolte di sangue in uno degli emisferi e sofferenze nel talamo. Era entrata in coma, era senza riflessi e respirava, non in maniera sufficiente. Era paralizzata nei 4 arti e fu intubata. Entrò in uno stato cosiddetto vegetativo persistente. Però, ad un accertamento approfondito risultò che il ritmo sonno-veglia continuava ad agire.
Approfondisco.
Lo stato vegetativo persistente si manifesta nel seguente modo.
Sembra non esserci alcun segnale di consapevolezza di sé e dell'ambiente, né sussiste alcuna capacità di interazione con l'altro. In realtà, pur se in remissione e con le reti neurali inattive, il campo coscienziale e tutti i processi funzionali pre-acquisito sono perfettamente funzionanti, inoltre, lo stato di consapevolezza, come mero sentire, non solo è attivo, ma di intensità superiore.
Anche se non sembra esserci nessuna risposta comportamentale finalizzata o reazioni a stimoli sensoriali, da quel livello, lo stato di autocoscienza è in grado di riconoscere che cosa stia accadendo.
La persona che si trova in quello stato sembra non comprendere il linguaggio verbale altrui, ma in realtà può comprendere ogni significato-significante: il fatto che il ritmo sonno-veglia continui a manifestarsi è un indicatore sensibile di questa possibilità.
Tuttavia, la conferma ci viene dalla pratica degli stati di non località.
L'incontinenza fecale e urinaria dipende sempre dallo stato di remissione del campo coscienziale, dal piano localistico-sensoriale, anche se è possibile misurare i riflessi cranici.
Da quello stato vegetativo persistente, talvolta, si può riemergere, ma molto spesso si protrae. Indipendentemente da quanto tempo duri o se sia assimilabile al coma o sia completamente differente, non incide su quanto qui stiamo evidenziando: ossia che il campo coscienziale non vada in remissione e che continui a funzionare, secondo meccanismi di cui prendere consapevolezza, sapendo che gran parte di questi processi non sono misurabili da bio-strumentazioni, anche sofisticate.
A ben osservare, non si tratta di vita vegetativa intesa nell'accezione riduzionista, ma di manifestazione di funzionalità della vita autopoietica: è la porta d'ingresso al campo MAC, all'inconscio autopoietico.
Tali principi attivi autopoietici, operanti nel campo MAC, non possono attivare le funzioni della corteccia cerebrale, in quanto distrutta o con interruzioni, provocate dall'isolamento delle vie nervose e il campo coscienziale non può, quindi, manifestarsi secondo le caratteristiche sensorio-percettive normali. Non si tratta di poter fare diagnosi, come è in stato vegetativo, è in coma, in quanto anche se giuste sarebbero entrambe superficiali e inadeguate, rispetto ai processi che lì, stanno realmente avvenendo.
Mi rendo conto che, essendo confortate da esperienze del sovrasensibile, queste affermazioni non sono immediatamente applicabili (appunto per mancanza di formazione dell'Io a se stesso, alle sue estensioni non locali) al livello di autoconsapevolezza prevalente. Il fatto di verificare, se tali stati siano reversibili o meno rispetto al ripristino delle funzionalità sensorio-percettive, deve partire dall'autoconsapevolezza vissuta che l'autocoscienza e l'Io sono un campo unico: ossia trovano la prevalenza delle funzionalità, proprio a partire dallo stato che si denomina vegetativo, modo di manifestarsi localistico dei principi attivi autopoietici, sovrasensibili non locali. Se proprio dobbiamo riconoscerle in questo modo, le funzioni cosiddette superiori coincidono con quelle non locali ossia con quelle che si dischiudono dalle meccaniche quantistiche e sub-quantistiche, in direzione (olosdirezionalità) dell'autopoietico. Per questo motivo, è estremamente significativo aprire indagini in questa olosdirezionalità, anche da parte della scienza.
Ad Eluana, il trauma ha provocato un'emorragia nell'emisfero sinistro e un danno diffuso alle fibre nervose della sostanza bianca degli emisferi (diffuse axonal injury). Non ci sono collegamenti fra corteccia cerebrale e centri nervosi sottostanti. Accade che il campo coscienziale autopoietico non possa più stimolare e attivare la corteccia cerebrale, attraverso cui si specializza in processi cognitivi e non può attivare e comandare i muscoli del corpo.
Infatti, dove il campo coscienziale non trova elementi lesionati attiva le funzionalità corrispondenti. Nel caso di Eluana, ha determinato la ripresa della respirazione spontanea e dell'alternanza sonno-veglia. Da questo quadro (che ho estrapolato da internet, giornali, riviste ecc), è stato diagnosticato lo stato vegetativo permanente, senza possibilità di recupero delle funzioni cognitive. Sembra essere uno stato stabile e, quindi, il campo coscienziale trova nel corpo lesionato di Eluana una possibilità di esprimersi e di tenerla in vita, nell'accezione comune, il che può potenzialmente continuare per decenni.
Alla luce di tale consapevolezza, che specificherò meglio in seguito, vediamo ora alcune considerazioni, inerenti la questione giuridico-bioetica.
In base alle mie conoscenze vissute, Eluana è perfettamente consapevole di vivere anche se, non potendo produrre sensazioni, non può esprimerlo a chi si limita a vedere la questione, soltanto dal punto di vista sensorio-percettivo. La prova è il suo soma che produce funzioni viscerali (quelle non lesionate). Infatti, ad esempio, il suo tubo digerente assimila cibo (anche se questo viene introdotto attraverso un sondino), il suo intestino produce feci (anche se devono essere estratte attraverso clisteri), il rene elimina le scorie, producendo urina, anche se si deve utilizzare un catetere. Respira senza ausili esterni.
I movimenti automatici e riflessi del viso indicano la pressione del campo coscienziale, ma le lesioni ne impediscono la manifestazione, attraverso espressioni sensorio-cognitive, condivise da chi funziona senza lesioni.
Ci si può certamente mettere in contatto con lei, ma attraverso l'endoscopia Io-somato-autopoietica, uno stato di empatonia, di fusionalità che ci pone in condizione di condivisione partecipata
Eluana è autoconsapevole del suo stato e probabilmente soffre per questo (se la sua consapevolezza ha registrato e interpreta in quel modo quello stato). Non ha probabilmente un corrispettivo in dolore fisico, appunto perché l'Io non attiva il centro preposto a quella produzione, ma l'elemento coscienziale, a quel livello, in cui si riconosce, partecipa la propria consapevolezza maturata, esistendo.
Il fatto che una parte del corpo sia lesionata non c'entra nulla con la dignità, che non aumenta e non diminuisce, in quanto resta sempre ciò che è. Infatti, si tratta della condizione di espressione della bioetica autopoietica innata, che deriva all'essere umano dalle proprie qualità intrinseche, per definizione, innate ed anche acquisite successivamente, per meriti particolari. E' da tale bioetica autopoietica che nasce il rispetto innato che, per ecologia, si ha di sé e di quella parte di noi stessi che è l'altro (tutto è atomicamente e coscienzialmente legato).
Eluana può produrre esperienze sovrasensibili, inerenti la non località, che spesso sono considerate maggiormente significative, rispetto a quelle soltanto sensorio-percettive. E' vero che, per il mantenimento del corpo fisico, è dipendente da cure che gli vengono somministrate da altri esseri umani e da macchine, ma questo fa parte del lavoro, della professionalità e delle capacità creative dell'Io essere umano, in grado di produrre biotecnologia.
La condizione di Eluana è penosa, soltanto per chi vuole interpretarla in quel modo. Non si tratta di provare pena per lei che non si risveglia, perché lei al suo livello di autoconsapevolezza è perfettamente sveglia, in quanto così funzioniamo.
Quindi, che cosa si fa in queste situazioni? E' legittimo sospendere la nutrizione e l'idratazione artificiale, che non vanno considerate misure terapeutiche, bensì un modo di soddisfare un metabisogno ad un corpo lesionato che produce disfunzionalità? Soddisfare un metabisogno è naturale e le scoperte, emanazione dell'Io dell'essere umano, evidenziatosi dalla natura, ne sono parte. Il metabisogno, fondamentale pulsione autopoietica a vivere e a conoscere, segue naturalmente tale evidenza. Se un corpo non mangia per dieci giorni, è terapeutico dargli da mangiare: chiamatelo come volete, ma è nella naturalità soddisfare quel metabisogno fondamentale. Altrimenti, la natura complessiva si organizzerebbe per porre in remissione la sua vitalità, facendola entrare nello stato coscienziale punto morte, funzionalità degli Universi, di cui siamo parte integrante. Anche se uno esprime l'intenzionalità a sospendere la nutrizione assistita, di fatto non sospende la produzione innata del metabisogno: in assenza di cibo, automaticamente quel corpo produce l'aggredior, sotto forma di stimolo della fame e, se non ci nutriamo, tale aggredior cresce, diviene più intenso, indipendentemente dallo stato di autoconsapevolezza acquisito e culturale. Quindi, anche autodeterminandosi in tal senso, la pulsione autopoietica a vivere, attraverso la manifestazione dei metabisogni, continuerebbe ad esprimersi.
Chiedendo la sospensione della nutrizione attraverso vie legali, ottenendola o no, non significa entrare nell'essenza della questione. Nel caso specifico che sto trattando, il padre di Eluana si è rivolto al tribunale, che ha respinto il ricorso, in quanto sarebbe stato un atto di eutanasia. Si è richiamato inoltre al diritto inviolabile alla vita, oltreché ad una presunta indisponibilità della vita stessa da parte del soggetto stesso, mostrando così uno stato di inconsapevolezza di tali funzionalità quasi imbarazzante.
Spiego.
La vita, per come la stiamo partecipando e riconoscendo, non è un diritto o un dovere (che sono soltanto istanze culturali), bensì un processo innato, strutturale, autopoietico che, nel tutto è atomicamente e coscienzialmente legato che siamo, è degli Universi-parte complessivi ossia di noi stessi (vedi, ad esempio, gli studi sull'entanglement). Perciò, la vita include anche ciò che denominiamo morte, essendo questa una delle espressioni più frequenti della sua manifestazione. Non si tratta, quindi, di diritti, ma di naturale espressione di funzionalità ecologiche autopoietiche innate che coinvolgono ogni parte degli Universi e, quindi, anche noi stessi.
Per quanto concerne l'indisponibilità della vita, siamo all'assurdo. Anche lo stato coscienziale punto morte fa parte integrante della vita, ne è una specifica espressione e manifestazione, in quel modo e con quelle funzionalità (è una delle esperienze più certe producibili dall'essere umano). Quindi, in tal senso, morendo, un essere umano continua ad avere piena disponibilità della vita di cui è parte integrante e inscindibile (ma queste sono consapevolezza troppo avanzate per lo stato di autoconsapevolezza attuale e prevalente).
Poi, sempre il padre si è rivolto alla Corte d'Appello di Milano, che ha risposto negativamente, affermando che la questione è controversa e che è necessario ottenere un più ampio consenso, se quelle per Eluana sono ordinarie misure di assistenza o mezzi di terapia. Implicitamente, si è evidenziato che i livelli di impenetrazione e di incomprensione della questione, nonché di esperienza diretta, sono ancora totalmente e integralmente inadeguati.
La nutrizione e l'idratazione sono semplici metabisogni, continuamente espressi, che producono segnali, per essere soddisfatti: in questo senso, potrebbero essere considerate legittimamente un diritto-dovere, sia innato che acquisito. Quindi, in sostanza è stato deciso che bisogna continuare a dare da mangiare e da bere ad Eluana, come atto naturale della manifestazione della vita e, siccome non può farlo da sola perché lesionata, devono farsene carico enti e persone, preposti a questo.
La questione è che la nutrizione, l'idratazione, la fame e la sete non sono né terapie mediche né cure ordinarie, bensì rappresentano una innata funzionalità espressa, il cui soddisfacimento non è un mezzo né ordinario né straordinario, bensì una naturalità funzionale. Se vengono assunti, somministrati, la vita procede in quel modo, in caso contrario, procede in un altro. Ma, non c'è la fine della vita, proiettivamente intesa come manifestantesi soltanto all'interno del corpo fisico. In ogni caso, per quell'Io c'è continuità di esperienza che si manifesterà con modalità diverse.
L'errore riduzionista è considerare la vita soltanto come manifestazione localistica e non riuscire a comprendere che il rigor, il livor, l'algor mortis o la fase di decomposizione-destrutturazione del corpo morto, del cadavere, sono vita in azione in quel determinato modo e che il campo coscienziale (che non si vede e non si riconosce) è elemento integrante di tali funzionalità degli Universi, di cui siamo parte.
La vita, l'autopoiesi è un processo sia interiore che esterno, sia sensibile che sovrasensibile, sia locale che non locale. In questo senso e con questi significati, un individuo dichiarato in stato vegetativo non ha il problema di risvegliarsi o meno, in quanto al proprio livello egli è perfettamente sveglio anche se non può manifestarlo nella maniera cognitiva, sensorio-percettiva (se poi, come avviene in alcuni casi, lo farà a livello sensibile, sia il benvenuto). Qui, la questione è comprendere che cosa sia la vita e il principio attivo di autodeterminazione sovrasensibile non locale che opera negli Universi-parte, e quindi in noi stessi. Senza questa consapevolezza (che, comunque, non sarebbe esaustiva, in quanto la non località sembra essere transfinita), non ci potranno essere assunzioni bioetiche legislative adeguate, ma queste saranno assunte dal livello sostanzialmente probabilistico di autoconsapevolezza raggiunto in quel momento storico dalla medicina.
Anche con l'altra visione resta il probabilistico, ma almeno si tiene conto del vissuto del campo coscienziale non locale, un'applicazione della faticosa scoperta dell'entanglement2[2] e delle sue modalità di espressione anche sensibile, ossia del tutto è atomicamente e coscienzialmente legato. Quindi, sostanzialmente la questione non riguarda soltanto Eluana, che è un'espressione di queste funzionalità più ampie, di cui ognuno di noi è parte integrante e inscindibile, anche quando produce lo stato coscienziale punto morte.
Non è neanche auspicabile che il rappresentante legale assuma le decisioni di chi rappresenta, è impossibilitato a farlo, perché necessariamente traslerebbe il proprio stato personale di autoconsapevolezza del momento sulla questione all'altro. Comunque, il criterio localistico raccomandabile è che, in maniera sia pure riduzionista, ognuno si autodetermini e disponga in tal senso delle sorti che vuole che la sua azione di esistenza abbia, senza che altri assumano l'incredibile violenta arroganza di decidere per conto suo. In seconda istanza, si tratta di assumere la formazione dell'Io a se stesso, in modo che possa raggiungere livelli di autoconsapevolezza maggiore che farebbe ricadere, poi, nel principio di autodeterminazione.
E, questo va preparato fin dal concepimento.
Per quanto possibile, si tratta di tendere a porre in remissione la figura del tutore, del rappresentante legale, se non come notaio di una volontà espressa, in base alla propria autoconsapevolezza, senza che nessuno si arroghi il diritto di decidere per altri, in nome di una presunta maggiore conoscenza. Ciò non significa che, ove ci fosse richiesta, la questione non possa essere assunta da rappresentanti, delegati a decidere, che dovranno agire, in base alle avanguardie raggiunte in quel momento storico dalla scienza.
E', tuttavia, imperativo che, in primis, viga il principio attivo autopoietico di autodeterminazione-realizzazione, come diritto-dovere bioetico di ognuno.
Ognuno ha il diritto-dovere autopoietico universale di autodeterminarsi, di decidere riguardo alla produzione dello stato coscienziale punto morte: è la bellezza dell'eutanasia autopoietica ossia della buona e consapevole produzione dello stato coscienziale punto morte come contenuto della vita di chiunque.
Il caso di Eluana Englaro ci insegna che la direzione da prendere è quella verso l'assunzione piena di tale principio attivo di autodeterminazione, che è tempo che l'Io acquisito si formi a se stesso e scopra che il campo coscienziale è soprattutto non localistico e partecipa autoconsapevolezza. Eluana non è intrappolata, se non per le proiezioni di chi così la vuole vedere appunto perché scambia la vita come dignitosa, soltanto se si manifesta pienamente a livello sensorio percettivo-cognitivo, non riconoscendo quest'ultimo come la punta, allo stesso modo significativa, dell'iceberg transfinito, che è gli Universi-parte.
A quel livello di funzionalità, Eluana è perfettamente autoconsapevole (anche se non sensorialmente). Chi la intrappola sono le maglie del sistema sanitario e legislativo e le proiezioni inadeguate di chiunque.
Per questo, il suggerimento è:
aiutiamoci a trovare noi stessi, lo stato di autoconsapevolezza della vita e del suo contenuto, la morte, o meglio lo stato coscienziale punto morte.
Per quanto concerne il problema se sospendere o meno la nutrizione e l'idratazione, in questa fase propedeutica può prevalere l'indicazione di dar credito a quella che, per dichiarazione del padre, è l'autodeterminazione-realizzazione, manifestata da Eluana quando si trovava in vita sensorio-percettiva (non c'è motivo serio, plausibile, veramente verificato, per non credere alle parole del padre).
Resta, tuttavia, la necessità fondamentale di un'adeguata formazione dell'Io acquisito a se stesso, gli Universi-parte, fatto che gli consentirà di dichiarare ufficialmente e pubblicamente la propria bioetica autopoietica. Questa potrà essere espressa, avvalendosi anche di consigli da parte di ricercatori esperti, assumendosi, in ultima osservazione, il diritto-dovere autopoietico di autodeterminarsi-realizzarsi, in piena aderenza al principio di auto-responsabilità, secondo cui nessuno può, criminalmente, arrogarsi il diritto di decidere e di agire per conto di altri Io acquisiti.
cordialmente
Nello Mangiameli