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Ricorso contro il decreto legge n

Ricorso contro il decreto legge n.282 del 3 ottobre 2006 convertito in legge il 24 novembre 2006 n.286 e modificato dalla legge n.296 del 27 dicembre 2006 che impone l’accatastamento come civile abitazione dei fabricati che non possiedono più i requisiti per mantenere la ruralità e cioè l’iscrizione alla camera di commercio o allo S.C.A.U. come coltivatore diretto chi conduce il fondo.

Non potete cancellare formalmente con un decreto quella che è una realtà di fatto “antica quanto il mondo”.

Fino a prima degli anni “50, le fattorie agricole familiari impostate sull’autosufficienza erano il 90% e solo il 10 % viveva dell’industria e del terziario. Ora i rapporti si sono invertiti e meno del 5% vive di agricoltura, ma questo non autorizza ad alienare una parte importantissima della nostra storia, perché la trasformazione che c’è stata e che ha visto il sopravvento dell’urbanizzazione e dell’ industria, non ha certo portato beneficio all’ambiente e alla salute dell’uomo.

Ora, si vuole ridurre ancora quel 5% legittimando solo coloro che pagano i contributi o sono iscritti alla camera di commercio ( coltivatori diretti o imprenditori agricoli ), ossia solo coloro che della agricoltura ne fanno un business e sono grosse aziende!

Noi, popolo degli Elfi siamo di fatto e concretamente una comunità agricola autosufficiente ( auspichiamo una legge per il riconoscimento giuridico delle comunità, siamo fautori con le altre comunità ed ecovillaggi di una proposta di legge in tal senso ), che vive con le proprie produzioni agricole, praticano agricoltura di sussistenza, commercializza soltanto piccole quantità di eccedenze

(farina di castagne,olio) nelle annate buone, ma capitano annate, con le condizioni climatiche avverse, che siamo costretti a comprare anche esse. Non siamo in grado di pagare i contributi perché il lavoro agricolo non ci consente di avere un profitto. Quello che guadagniamo non è quantificabile perché varia di anno in anno ed è inutile stilare una media degli ultimi 5 anni (per esempio) poiché comunque sarebbe irrisorio, confortato con i parametri dell’industria; ma per noi è sufficiente per viverci !!!

Integriamo le nostre entrate con lavori precari di artigianato o come artisti di strada, facendo le pizze ad alcuni festival o con lavori stagionali in agricoltura, ciò per soddisfare bisogni della comunità o bisogni dei singoli a cui la comunità non può provvedere.

Il lavoro del contadino è soggetto a delle variabili temporali che non sono prevedibili, soprattutto praticando l’agricoltura biologico-naturale ( senza l’utilizzo di sostanze chimiche o di sintesi per le concimazioni e per i trattamenti antiparassitari ). Ma con l’agricoltura naturale che non consente monoculture intensive e favorisce la biodiversità, vle una legge compensativa: Un anno c’è scarsità di un prodotto ma abbondanza di un altro e viceversa, a seconda delle condizioni atmosferiche e delle influenze cosmiche.

Adesso i politici ( guarda caso nell’aula di Montecitorio non siede neanche un contadino ) vogliono con un colpo di spugna decretare l’espulsione dei contadini veri dalle terre e cancellare la cultura ed il modo di vivere più antico, più dignitoso e più ecocompatibile del mondo delegittimando con la legge il piccolo contadino, estrapolandolo dal suo contesto, imponendogli delle gabelle burocratiche

Economiche ( quelle sanitarie sono già operanti e si stà cercando di rimediare ai danni che hanno prodotto esonerando dall’osservarle le produzioni tipiche locali ) finalizzate sempre a mandare via i veri custodi della terra in nome della dittatura economica dell’industria, dell’agro-business, del turismo, della città, poiché questo stile di vita, libero, autonomo, ed autogestionario fa paura al potere. Noi non accetteremo mai di essere defraudati dal nostro lavoro, sviliti nella nostra dignità, depredati dai burocrati che si sono fatti stato.

Ciò offende la memoria e la cultura nei nostri padri e dei nostri antenati, quella cultura che con questo decreto adducendo false motivazioni, cercano di cancellare. La giustificazione non può essere quella di fare accatastare e fare pagare l’I.C.I. a chi ha trasformato il proprio fabbricato rurale in una villa con piscina e non pratica minimamente l’agricoltura. Nella maggioranza dei casi essi hanno beneficiato dei contributi agricoli con la complicità degli amministratori di turno. Di queste storie ne è piena la cronaca degli ultimi 50 anni….

Certamente essi vanno perseguiti e gli và fatto pagare ‘I.C.I. in rapporto alla tipologia di abitazione ( cioè di lusso). Ma una legge giusta non può fare di tutta erba un fascio, deve tenere conto delle categorie più povere, di coloro che praticano una agricoltura per l’autosufficienza ed hanno un reddito minimo, inferiore ai 12000 euro all’anno.

Loro da questa legge vengono penalizzati ed alla fine saranno costretti ad andarsene, poiché pur avendo i requisiti agricoli richiesti dalla legge, mancano dell’iscrizione ai coltivatori diretti o alla camera di commercio. Lo scopo della legge non deve essere solo quello di rastrellare denaro, deve essere anche quello di tutelare le fasce più deboli, cosa che questa legge non fa, anzi, agisce l’opposto.

Se passa questa legge la figura del contadino-agricoltore per la sussistenza scompare dalla nomenclatura stessa delle professioni, come è già stato fatto all’anagrafe dei comuni, ove vogliono registrarti solo come coltivatore diretto o imprenditore agricolo, mentre bisogna insistere per mantenere la dicitura di agricoltore-contadino che rimane pur sempre una professione, un modo di vivere anche se non si è iscritti da nessuna parte e comprende tutti coloro che praticano una agricoltura per vivere.

Le stesse considerazioni vanno estese alle associazioni no-profit che hanno partita IVA agricola, poiché svolgono la maggior parte della loro attività nel settore agricolo, privilegiando la difesa del territorio e quindi devono avere lo stesso trattamento.

Mario Cecchi

Popolo Efico della valle del Burrone

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